Se il tempo ci fosse amico, quante cose si potrebbero ottenere nella vita? Ma il tempo inganna. Il tempo scivola, manca, silenzia e fa paura. Crescere significa scoprire che il tempo ci è nemico, a malapena lo si insegue con il lavoro, gli si dà un senso e neanche quello basta. In Il faut que je, la coreografa ha voluto rompere codici e mescolare originalità, fisicità e musicalità per raccontare una storia, quella di un inseguimento, la storia di un’immagine ideale che rinuncia al proprio valore e alla propria ricchezza pur di sopravvivere al tempo. Il ritmo della vita è scandito dalla costante ossessione e ricerca della perfezione, con una traiettoria senza fine verso la “vittoria”, dove la soddisfazione è sempre negata dal tempo. Il tempo salva l’arte e uccide l’artista, lo comprime nel suo stesso corpo. Le musiche di Leon Afterbeat si inseriscono in questo contesto come fili di una marionetta, capaci di avviluppare polsi e caviglie dell’artista e farla danzare a comando. Un ticchettio costante, paurosi silenzi e riprese sorprendenti. In questo senso, le musiche si fanno metafora dell’orologio biologico di ogni individuo. La marcia, il tentativo, la vana speranza, l’inerzia, l’ostinata volontà danno forma a un solo concettuale ma diretto e impattante.
Un solo capace di risuonare anche nelle coscienze arrese alle necessità dettate dal tempo. L’opera coincide con la necessità dell’artista di esprimere e superare i suoi blocchi, sue paure e ossessioni personali, sperando che il pubblico possa rispecchiarsi e ritagliarsi un tempo e uno spazio per riflettere e trovare una via d’uscita all’inerzia del tempo.